A me le scuse fanno orrore come meccanismo, dicevo. Comportarsi meglio e scusarsi di meno è l’unico principio cui desidero si attengano le persone che mi stanno intorno. Ma forse è solo perché mi circondo di adulti.

Guia Soncini.

L’apertura del pezzo:

"A me le scuse non piacciono, come metodo. Mi sembra vadano bene se dai un pestone a qualcuno in tram, o se arrivi in ritardo a un appuntamento ogni trecento. Ma se, come spesso accade, i comportamenti non sono accidentali ma dicono qualcosa di quel che sei, le scuse mi sembrano inutili, e le richieste di scuse dementi. Ho capito che Felici i felici era un gran libro quando, al primo capitolo, l’immedesimabilissimo marito si innervosisce coi lagnosi «Chiedi scusa» della moglie.

«Chiedi scusa» va bene, forse, per educare i cinquenni (non ne sono sicurissima, visto che nonostante il feticcio delle scuse i ragazzini che ci sono in giro sono ben maleducati), ma se sei un adulto che arriva sempre in ritardo o se mi pesti volontariamente, mi stai dicendo come sei fatto. Quando qualcuno ti mostra com’è fatto, credigli – disse una volta quella saggia miliardaria di Oprah Winfrey – e alla fine il punto è quello.
Se sei uno che arriva in ritardo, trova qualcuno che non se ne turbi più di tanto e frequentalo. Se sono una che sa che arrivi in ritardo, o smetto di frequentarti, o inizio a prendermela comoda anch’io. Oppure decido di inscenare un meccanismo da perfetta cretina: arrivare puntuale, aspettare, irritarmi, pretendere scuse.
E poi consolarmi dicendo che però s’è scusato, poverino. Però ha capito di aver sbagliato, poverino (lo rifarà la prossima volta, ricapirà d’aver sbagliato, eccetera in eterno). Però non è colpa sua, poverino. Però gli dispiace, poverino. Le scuse sono strette parenti, come arma di giustificazione di comportamenti orrendi, del senso di colpa, arma finale degli esseri umani più raccapriccianti con cui mi sia capitato di avere a che fare. Però si sente in colpa, poverino.
I poverino e le scuse e le buone intenzioni lasciamole alle scuole elementari. Che sono anche la penultima età (l’ultima sono le medie: al liceo già ti spernacchiano) in cui puoi dire «Ha cominciato lei» e «Ero ubriaco», ma su questo torniamo tra poco.”

Lezione

[Mi è stata letta da una Facebook-aholic un giorno della settimana scorsa a pranzo, ma circola da tempo online e, volendo, la ritrovate facilmente.]

In classe la maestra si rivolge a Gianni e gli chiede: ‘Ci sono cinque uccelli appollaiati su un ramo. Se spari a uno degli uccelli, quanti ne rimangono?’ Gianni risponde: “Nessuno, perché con il rumore dello sparo voleranno via tutti”. La maestra: “Beh, la risposta giusta era quattro, ma mi piace come ragioni”. Allora Gianni dice “Posso farle io una domanda adesso?” La maestra: Va bene. “Ci sono tre donne sedute su una panchina che mangiano il gelato. Una lo lecca delicatamente ai lati, la seconda lo ingoia tutto fino al cono, mentre la terza dà piccoli morsi in cima al gelato. Quale delle tre è sposata?” L’insegnante arrossisce e risponde: “Suppongo la seconda… quella che ingoia il gelato fino al cono”. Gianni: “Beh, la risposta corretta era quella che porta la fede, ma… mi piace come ragiona”!!!

Morale:
Lasciate che prevalga sempre la ragione.

Back in 2006, a group of students at Xavier High School in New York City (one of whom, “JT,” submitted this letter) were given an assignment by their English teacher, Ms. Lockwood, that was to test their persuasive writing skills: they were asked to write to their favourite author and ask him or her to visit the school. Five of those pupils chose Kurt Vonnegut. His thoughtful reply, seen below, was the only response the class received.

November 5, 2006

Dear Xavier High School, and Ms. Lockwood, and Messrs Perin, McFeely, Batten, Maurer and Congiusta:

I thank you for your friendly letters. You sure know how to cheer up a really old geezer (84) in his sunset years. I don’t make public appearances any more because I now resemble nothing so much as an iguana. 

What I had to say to you, moreover, would not take long, to wit: Practice any art, music, singing, dancing, acting, drawing, painting, sculpting, poetry, fiction, essays, reportage, no matter how well or badly, not to get money and fame, but to experience becoming, to find out what’s inside you, to make your soul grow.

Seriously! I mean starting right now, do art and do it for the rest of your lives. Draw a funny or nice picture of Ms. Lockwood, and give it to her. Dance home after school, and sing in the shower and on and on. Make a face in your mashed potatoes. Pretend you’re Count Dracula.

Here’s an assignment for tonight, and I hope Ms. Lockwood will flunk you if you don’t do it: Write a six line poem, about anything, but rhymed. No fair tennis without a net. Make it as good as you possibly can. But don’t tell anybody what you’re doing. Don’t show it or recite it to anybody, not even your girlfriend or parents or whatever, or Ms. Lockwood. OK?

Tear it up into teeny-weeny pieces, and discard them into widely separated trash recepticals. You will find that you have already been gloriously rewarded for your poem. You have experienced becoming, learned a lot more about what’s inside you, and you have made your soul grow.

God bless you all!

Kurt Vonnegut

Today,” he said, “I’m going to introduce you to your new best friend. You’re going to learn to love your new best friend. You’re going to have him with you all of the time. You’re going to cherish him. And he’s going to be a part of your life.” We were so excited. We looked at each other, as if to say, who could it be? And Cheung-yan Yuen said, “Your new best friend is pain.
Cameron Diaz, in The Body Book, her new health and fitness manual.